Facebook ha pagato gli utenti 20 dollari al mese per installare un’app che li spia

È stata gestita da tre servizi specializzati: Applause, BetaBound e uTest. In questo modo, Facebook camuffava la propria presenza. Menlo Park ha confermato il progetto (noto con il nome di “Atlas”), affermando che è stato utile per raccogliere informazioni sulle abitudini degli utenti. Ma ha contestato la sua segretezza: il pagamento e il consenso all’accesso sono sempre stati palesi. L’app è stata rimossa da iOS ma non da Android.

Come funziona l’app

Secondo gli specialisti che hanno analizzato “Research”, in cambio di 20 dollari al mese (o anche meno), gli utenti consentivano l’accesso a messaggi privati sui social media, chat nelle app di messaggistica istantanea (foro e video compresi), email, ricerche web, navigazione, posizione, monitoraggio delle app scaricate.

Insomma, spiega TechCrunch, un accesso “quasi illimitato” allo smartphone dell’utente. Le condizioni proposte dall’app affermano che “installando il software, dai ai nostri clienti il permesso di raccogliere dati dal tuo telefono, che aiuteranno a capire come navighi su Internet e come utilizzi le funzionalità nelle app che hai installato. Ciò significa che stai permettendo al nostro cliente di raccogliere informazioni quali le app sul telefono, come e quando le utilizzi, i dati relativi alle tue attività e ai contenuti all’interno di tali app, nonché il modo in cui le altre persone interagiscono con te.

Stai anche permettendo al nostro cliente di raccogliere informazioni sulla tua attività di navigazione in internet e sull’uso di altri servizi online. Ci sono alcuni casi in cui il nostro cliente raccoglierà queste informazioni anche dove l’app usa la crittografia”. Non era però reso esplicito che “il cliente” fosse Facebook, almeno fino all’inizio della procedura di iscrizione.

Uno dei partner di Menlo Park, uTest ha pubblicato inserzioni su Snapchat e Instagram per un generico “studio sui social media retribuito”. Facebook, invece, non ha mai promosso direttamente il progetto. Le condizioni sono quindi espresse con chiarezza, anche se il ruolo del social non è subito palese. Il caso è quindi duplice: da una parte la sete di dati di Zuckerbeg; dall’altra la disinvoltura con cui gli utenti li cedono.

Infrante le regole di Apple?

Secondo TechCrunch, non ci sarebbe solo un tema di privacy (sopratutto per i più giovani). Facebook Research è molto simile di Onavo, app controllata dal social network con lo stesso obiettivo: raccogliere dati e analizzarli. È stata bandita da Apple la scorsa estate. Proponendo un’applicazione gemella, Facebook ha di fatto aggirato le norme dell’App Store.

A certificare il legame tra Onavo e Facebook Research è il percorso dei dati ricostruito dall’inchiesta. Una volta attivata la Vpn, le informazioni vengono convogliate verso un indirizzo associato all’IP di Onavo (cioè alla “targa digitale” del servizio). Facebook ha confermato la raccolta, dicendo di “non condividere i dati” all’esterno del gruppo.

Ha affermato però che “non c’è nulla di segreto”, che gli utenti “non vengono spiati” perché tutti gli iscritti passavano da un “chiaro processo” nel quale si spiegava perché venivano pagati. Facebook ha aggiunto che “meno del 5% delle persone che hanno partecipato è adolescente”. E comunque tutti hanno sottoscritto un modulo firmato dai genitori.

 

Vedi fonte ufficiale

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